Patty Smith a Napoli per ricordare a tutti che lei non fa musica, lei è musica. Il live raccontato da Fabio Fiume

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Ci sono degli artisti di cui, a volte, rischi di pensare cose tipo :”ma che avrà ancora da dare alla musica”? Poi d’improvviso te li ritrovi dinanzi per un live e capisci che non hanno nulla da dare perchè sono loro stessi parte della musica. Patty Smith, che abbiamo avuto la fortuna di vedere ieri in un riuscito live all’Arenile di Napoli, è di sicuro una di questi. Patty non è una diva in stile Tina Turner; non ha una faccia al botulino, acconciatura “parruccata” alla moda, col sorriso finto da copertina di magazine gossipparo. Sta li con le sue rughe, i capelli bianchi per lo mezzo della sua chioma scura, vestita quasi come un mormone e saluta il pubblico con la manina, come se fosse stupita che le 1000 persone circa, siano li per lei e per ben tre volte durante la sua esibizione, sputa sul palco, cosa non certo da signora stilizzata. La voce di Patty, non perfetta certo, supera senza difficoltà il confine di tecnicismi da scuola di canto, arrivando lo stesso al risultato di riuscire ad essere l’unica cosa che in quel momento vuoi ascoltare e nel farlo non puoi fare a meno di notare come sia stata esempio per tante altre voci del music business, Siouxie in testa. I messaggi di libertà, di uguaglianza, di amore universale dei suoi testi, trovano nella sua voce rassicurante e non bugiarda un enorme potere “peace in the world”. La gente segue disciplinata e l’età non è poi  tutta così avanti come immaginabile; tanti infatti i ragazzi presenti all’evento, che dimostrano di non conoscere soltanto “People have the power” o “Because the night”, brani epocali che non hanno bisogno di presentazione, che hanno permesso alla signora di apporre il suo personale timbro sulla storia della musica, ma anche la trascinante e lunghissima “Gloria”, su cui si scatenano salti, urla e strepitii vari. Sempre forte l’intenzione gridata di “we shall live again”, frase ad effetto che in “Ghost dance” fa tacere magicamente gli schiamazzi, così come il sentito tributo ad Amy Winehouse, quel “This is the girl”  incluso nel suo ultimo, non troppo venduto album “Banga”; ma chi se ne importa? Quando a 66 anni e senza un disco in promozione sei ancora in grado di girare il mondo e di catalizzare le attenzioni, cosa ti importa di vendere dischi? Quello che conta lo hai già, sotto al palco che applaude, canta e salta. Patty non ha più bisogno d’altro.

Fabio Fiume

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