Skunk Anansie – Alla riscoperta di se stessi con un po’ di confusione.

di: Fabio FiumeImmagine

 

Saranno contenti i fans della prima ora di questo ritorno al ruvido degli esordi da parte degli Skunk Anansie? Probabilmente si, però un po’ di disquisizioni su questo “Black traffic”, che arriva sugli scaffali dei negozi dopo appena due anni dal più che buono “Wonderlustre” vanno pur fatte, perchè rispetto al lavoro di ventiquattro mesi esatti fa Skin e soci per riappropriarsi delle loro essenze matrici, perdono qualche punto per strada, forse senza accorgersene nemmeno. Le essenze vengono recuperate già in fatto di produzione, giacchè “Black traffic” è il primo disco della band che esce per la loro etichetta e come tale, forse proprio come nel periodo indipendente, non dovrebbe sottostare ad una serie di accorgimenti buca classifiche; e allora perchè gli Skunk si comportano come se nulla fosse cambiato, infilando qui e li il brano furbo, il singolo per la radio, il lentone tutto voce ed archi per i karaoke di belle voci canterine non troppo classiche? Paradossalmente appariva più sincero il precedente lavoro, che essendo il primo di inediti dopo la reunion, era pieno zeppo di canzoni che potevano essere singoli, tutte piacevoli, tutte di matrice rock ma con una sapienza pop come pochi hanno. “Black traffic” parte a razzo, con tre brani che non ti danno modo di rifiatare, tanta è la battuta, tremendamente tirata la batteria, presenzialista la chitarra ed acuta fino ad innervosirti la voce di Skin, che eppur sempre ci piace e merita menzione speciale; trovate in giro una cantante che tiene ancora le stesse note di vent’anni fa e con un simil repertorio, sempre tutto spinto. Passano così in rassegna “I will break you”, “Sad, sad, sad” e “Spit you out”, terminate le quali però fai quasi fatica a ricordarle. Poi un po’ come se si fosse osato troppo si ripiega nella ballata di rito ed “I hope you get to meet your hero”, non a caso appena pubblicata come nuovo singolo, è messa li, quasi a ristabilire familiarità col mondo delle radio, che lo stesso primo estratto “I believed in you” aveva, pur non rinunciando al potere adrenalinico che trasmetteva, rafforzando il testo forte sulle delusioni del popolo, di tutti i popoli delusi da politici incapaci, in cui si è creduto. La seconda parte del lavoro altalena tra prestazioni cariche, in qualche caso quasi insopportabili, come “Sticky fingers in your honey” dove la chitarra è una scarica continua e la voce di Skin finisci col non reggerla più, soprattutto nei momenti volutamente ipnotici con quei “Money, money, money” e “honey, honey, honey” ripetuti a mo’ di ossessa e quei “nananananana” da fuga durante un film dell’orrore e momenti più vicini addirittura alla carriera solista della nostra come, in “This is not a game” dove la voce è protagonista assoluta, con un arrangiamento corale in stile “You follow me down” che però ben altra cosa era.

Quali sono quindi gli Skunk Anansie? In “Black traffic” sembra che non l’abbiano capito nemmeno loro… forse.

Cinque 1/2 

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