Gotye: un quarto di Sting, una spruzzata di Peter Gabriel, il tutto frullato con vigore elettronico . La recensione di Fabio Fiume

Da circa un mese e forse più, l’airplay radiofonico è praticamente prigioniero di un brano che s’intitola “Somebody that i used to know”, cantato da una voce che, per chi ha almeno un paio di decadi sulle spalle, richiama facilmente ad orecchio voci potenti e riconoscibili quali quelle di Sting e Peter Gabriel. Sempre quel brano ha raggiunto la cima della classifica dei singoli più venduti, ed in tre settimane è già ad una virgola dal disco di platino. Quella canzone è scritta e cantata dal belga Wouter Wally Da Backer, in arte Gotye, ed è il primo singolo estratto dal nuovo lavoro, il terzo in carriera, intitolato “Making Mirrors”. In realtà le cose non stanno proprio così. “Making mirrors” è infatti uscito in Belgio nel 2010, portato all’attenzione dal singolo “Eyes wide open” , arrivando al successo li, in Germania ed Australia. Ma è soltanto dall’inizio di quest’anno che, grazie ad un insolito record messo a segno in Polonia, dalla già citata “Somebody that i used to know” , ovvero aver raggiunto in un sol giorno il disco di platino digitale, che ci si è resi conto, che il successo fosse a portata di mano; così la diffusione è diventata capillare. Adesso “Making mirrors” è uscito anche in Italia e l’accoglienza sembra buona, non senza meriti da parte del lavoro e dell’artista stesso. Gotye ha infatti un approccio molto personale alla musica elettronica, dando grande rilevanza a percussioni, batteria e sezione ritmica più in generale. Il lavoro sembra tracciare tre strade differenti; la prima, molto breve riguarda le prime due tracce, che in realtà sono degli intro o poco più, degli accenni anche abbastanza marcati come “Easy way out” che poi sfocia nell’attuale e pluricitato singolo, dove la voce di Gotye, coadiuvato dalla cantante neozelandese Kimbra, ricorda moltissimo quella del Peter Gabriel di “Shock the monkey”, soprattutto nel registro alto.

Da li in poi parte la classica forma canzone, in cui si distinguono sia “Eyes wide open”, up tempo con un inciso lasciato in secondo piano, a favore di incalzanti strofe impreziosite dai falsetti, che “I feel better”, dove le riminiscenze vocali rimandano più allo Sting degli anni 80 e “In your light” che sembra strappata al repertorio di Kt Tunstall, già dimenticata dai più.

Le ultime tracce sono invece più sperimentali e tra di esse si distingue “State of the heart”, in cui la voce, seppur trattata completamente, non lascia perdere il senso melodico originale del brano, una sorta di reagge rallentato avvincente, che ascolti di un fiato pur di vedere dove va a parare. “Making mirrors” è un lavoro variegato, che ha il potere di piacere sia a palati fini, a quelli di settore, ma anche di arrivare attraverso alcune delle tracce incluse, alla massa, che magari partendo dai brani più facili, potrà apprezzare anche il resto. Otto+

Fabio Fiume

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