Emeli Sandè: con “Our version of events”, adesso ci mette la faccia. La recensione di Fabio Fiume

Ha solo ventiquattro anni Emeli Sandé, ma tanta gavetta alle spalle, nata soprattutto da un lavoro di scrittura, che le ha già permesso di firmare brani portati al successo da diverse vocalist, quali Leona Lewis, Cheryl Cole, Alesha Dixon e persino l’opulenta Susan Boyle. Ed è stato proprio durante la registrazione di provini per l’ultimo disco di Leona Lewis, che l’autrice ha deciso di tenerne alcuni per se e provare così a metterci la faccia ; tutti quei brani sono oggi parte di “Our version of events”, l’album d’esordio, per l’appunto,  di Emeli Sandé. Ed è un disco dalla doppia lettura questo “Our version of events”, trainato all’attenzione mediatica da quel singolo, “Heaven”, che è energia allo stato puro, anche se fin troppo somigliante ad una versione con piede sull’acceleratore di ” Unfinished sympathy” dei Massive attack, che queste cose le facevano già vent’anni fa. Quando però si scomoda un gran pezzo, uscito oltretutto quando la cantante aveva solo 3 anni, forse è il caso di glissare e lasciargliela passare. Un po’ meno però lo si può fare con altre analogie che emergono prepotenti nel lavoro della Sandé, dalla somiglianza tra “Daddy”, che fuori dall’Italia è stato il secondo singolo, con “Frozen” della più illustre collega Madonna, ad altre che forse non lo sono letteralmente, ma come sensazione; Emelì cade infatti, soprattutto nelle ballads, ( tante, troppe, per un disco che ti aspettavi diverso ) col sembrare talvolta Leona Lewis, altre Melanie Fiona, tanto che sorge il dubbio sulle doti interpretative di queste cantanti che hanno giovato di suoi pezzi. Tra la melassa generale, quasi tutta piano, voce e poco altro, si distinguono però i brani dove a farla da padrone è l’elettronica, come in “My kind of love”, che potrebbe essere utilizzato tranquillamente come singolo, per la potenza d’ impatto dell’inciso, giocato sull’utilizzo di echi nei punti di forza e sovrapposizioni vocali a rinforzare invece i rientri in tonalità. 
C’è anche Alicia Keys nel disco, che con Emeli firma “Hope”, un brano però pieno di speranza, come recita il testo, ma che la speranza di essere importante la perde non esplodendo mai e venendo surclassato, tra le ballads, da “Mountains”che ha dell’ipnotico, conferitogli dall’arpeggio di chitarra in sottofondo, che si ripete, mentre gli archi dominano l’arrangiamento.
L’attuale singolo “Next to me” profuma di gospel elettronico, mentre la versione solista di “Read all about it”, di Professor Green (conosciuta anche in Italia grazie al riuscito duetto con Dolcenera ) è un ottimo dessert finale. Alla fine le canzoni, anche le più solite, non sono male, soprattutto melodicamente, ma forse, il demerito di questo disco è che ci è stato presentato in un’altra veste, che ce lo si aspettava più pompato; forse trae in inganno anche l’immagine di Emeli, con la sua cresta a sfidare il vento che ce la faceva immaginare meno consueta. Tutto qui. Sei=

Fabio Fiume

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