Lana Del Rey: Maliziosa sfida al mondo del pop. La recensione di Fabio Fiume

Un sol disco e già maree di chiacchiere “gossippare” ; questa potrebbe essere l’arringa di apertura per descrivere il primo progetto discografico di Lana Del Rey, artista statunitense che è stata bravissima a costruire tutto un alone di mistero intorno al suo personaggio, prima ancora che “Born to die”, questo il titolo del suo lavoro, arrivasse tra gli scaffali dei negozi, sia veri, che virtuali. In realtà la newyorkese Elizabeth ( questo il vero nome ) ci aveva già provato a sfondare nel 2008, col suo nomignolo Lizzy ed il vero cognome Grant, ma il suo primo ep, messo in vendita solo su piattaforma digitale, vi era rimasto il tempo di sgusciare una noce, senza nessuna rilevanza commerciale. Da lì, l’idea di proporsi con un nuovo nome ed anche con una nuova immagine ritoccata ( i maligni parlano di bocca, evidente ai più, ma anche di naso e qui non vi sapremmo dire ) e con un po’ di lavoro di studio, ecco arrivare sul mercato “Video games”, il primo singolo di questo nuovo progetto; il brano colpisce per l’essere completamente fuori dalle logiche di mercato, essendo molto lento, lungo  ( ben 4:42 ), senza un inciso particolarmente memorizzabile e che soprattutto sembra dover esplodere da un momento all’altro, ma non esplode mai, ripiegando su se stesso.

All’uscita del video poi, tutti si aspettavano una cantante corpulenta sullo stile di Adele, o quanto meno non particolarmente avvenente; ed invece ci si ritrova dinanzi una ragazza da copertina, sensuale, quasi lolitesca a dispetto dei suoi 26 anni. Parte il mistero e Lana lo calca: sarà lei  cantare davvero? E’ un ennesima burla americana, con qualcuno che già ricorda l’esempio dei Milli Vanilli, a cui fu consegnato addirittura il grammy, prima di scoprire che si trattava solo di figuranti? Lana però si presenta in promozione in un noto talk show americano e seppur non brillando, finendo qui e li fuori nota, porta a casa il risultato. “Born to die” esce quindi a fine gennaio, rinforzato in promozione dal singolo omonimo e schizza ai primi posti di tutte le classifiche mondiali. Il lavoro è un buonissimo e diligente disco pop; nulla a che vedere con quello di Adele, s’intenda. Si sente infatti che “Born to die” sia molto poco figlio dell’intuizione e parecchio di lavoro di studio. Come in “Video games”, ancor di più nella stessa title track, Lana utilizza due registri completamente diversi per cantare, tanto che a volte ci si chiede, se sia sempre la stessa persona ad accedere alle note basse, cantate quasi con distacco ed apatia e poi invece ad assumere un atteggiamento ed approccio più fanciullesco. Il brano è estremamente funzionale, ma non è l’unica traccia su cui scommettere. Anche “Off the races” contrappone alle strofe quasi rappate, un inciso che è simil nenia sul synth,  ed i controcanti sanno quasi di soundtrack per un horror. Atmosfere fanciullesche anche in “Die mountain dew”, mentre in “Natinal Anthem” si intravede un piglio orchestrale che poi cede nuovamente campo a basi campionate e coro un filo scolastico. Ed intanto mentre “Born to die” si attesta al n°2 dei più venduti al mondo del 2012 ( alle spalle di “21” di Adele ), la Del Rey per non far sgonfiare l’attenzione mediatica su di sè, gioca d’anticipo, dichiarando a mezzo stampa che probabilmente questo sarà l’unico disco della sua carriera, poichè non ha granchè altro da dire.

Trucchi di mestiere?

Sette – –

Fabio Fiume

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