Kim Wilde: in Snapshots, istantanee di ricordi memorabili, a volte ingialliti. La recensione di Fabio Fiume

Per festeggiare i trent’anni di carriera, la cantante inglese Kim Wilde, ha preferito realizzare un album di cover, anzichè un più usuale “best of”, preferendo lavorare per un album dal titolo “Snapshots” ( ovvero istantanee ) ad una serie di brani scelti tra quelli che hanno dapprima formato le idee musicali della nostra e poi accompagnatola in periodi similari di carriera.

Contemporanemente Kim mette a disposizione, nel booklet del disco, una serie di istantanee vere della sua carriera: foto casalinghe, di backstage, di apparizioni live o sui giornali, con colleghi, ( Michael Jackson, per cui la Wilde fu supporter tra gli altri ) che accompagnano le 14 canzoni selezionate, che variano tra i generi più disparati e vengono accomunati sotto una cappa pop elettronica e personalizzaliti.

Va detto che l’album non è propriamente eccelso; non tutte le scelte sono condivisibili, come ad esempio la martorizzazione di un classico soul di Burt Bacharach, come “Anyone who had a heart”, che Kim cita come la prima canzone di cui ha memoria e fu resa celebre da Dionne Warwick, trasformata in una marcetta elettronica tutta filtrini ed echi o come “In beetween days” dei Cure, forse troppo marcata a fuoco con il loro stile per essere “poppizzata”. Restano opinabili anche altre scelte, come rieditare un’inuitle “About you now” delle Sugababes, già inutile nella storia del pop da classifica e che perde in questa versione anche il gioco vocale che le tre voci almeno mettevano su.

E se “Sleeping satellite” , one shot hits di Tasmine Archer, si muove su linee abbastanza fedeli all’originale, il pollice diventa positivo per l’approccio a “Wonderful life” di Black, che in tanti hanno saccheggiato nella storia, ma forse mai in un modo così personale, in cui il tappeto elettronico rafforza il senso di evocazione o per “Beautiful ones” dei Suede, mai troppo citati, eppure a pieno titolo ascritti nei registri della rivoluzione britpop degli anni 90.

Bella anche la scelta di “Kooks” di David Bowie, proposta in duetto con Hal Fowler degli Heaven 17, mentre prende merito ed il largo invece la rivisitazione di “To France” di Mike Oldfield, sia per l’importanza del suo compositore che ha regalato alla storia della musica alcune pietre miliari made in the 80’s e sia perchè la resa del brano è estremamente centrata, sia dal punto di vista vocale che negli arrangiamenti che sollevano la composizione dalla matrcie elettro/celtica e la trasportano verso un terreno pop con un inaspettato assolo chitarristico rock finale. “Snapshots” non è tutto da conservare, ma tutto sommato mantiene la cantante inglese viva e presente sul mercato, con un’idea musicale personale, che mettere in atto con alcune di queste canzoni scelte, non era proprio facile. Onore almeno al merito e alle scelte, appunto. Cinque 1/2

Fabio Fiume

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