Simona Molinari – Matrimonio pazzo tra jazz, elettronica e scelte eleganti. La recensione di Fabio Fiume

Quando qualche tempo fa, durante conversazione privata, Simona Molinari ci svelò di star lavorando ad un nuovo disco che sarebbe stato improntato, come stile, sulla musica dal 1900 al 1950. Confessiamo d’aver pensato che la bella e talentuosa napoletana d’origine, aquilana per la vita, stesse probabilmente azzoppando la sua carriera, ponendosi un forte limite nella possibilità di conquistare quella famigerata massa, che rende un artista popolare. Era come se si stesse scavando una nicchia più profonda, dalla quale dopo tre album, forse sarebbe stato difficile uscire. Nulla di più sbagliato! E’ ufficiale, infatti, che ascoltato il nuovo album, intitolato semplicemente “Tua”, Simona sia riuscita a rispolverare un certo modo di far musica, come la miglior casalinga sa far brillare la vecchia e preziosa argenteria della nonna, attualizzando suoni e melodie e ridando vita persino ad un linguaggio caduto in disuso, riuscendo oltretutto a comporre nuove cose, rispettando quei canoni e quello stile. “Tua” è un disco che in essenza imprigiona il il jazz nella sua forma più popolare, sposandolo col pop, e rilancia, contaminando le basi di elettronica e coinvolgendo il tutto in uno strano sapore, oseremmo dire “charleston”, in cui ti immagini donne volteggiare con le piume in testa, caschetti alla francese e mezzi tacchi, lanciate da elegantissimi uomini in frac di raso lucido. Chi usa ancora dire oggi :”Solo me ne vo per la città”? Eppure Simona, con l’intervento riuscitissimo di Peter Cincotti, è riuscita a riproporre un brano che fu addirittura cantato da Natalino Otto,”In cerca di te”, ed a renderlo una hit di successo radiofonico, come forse mai un suo brano prima d’ora, senza snaturarne il sapore. Cincotti interviene anche in “Always watching you” dal sapore blues e nel gioiellino del disco, quella “Lettera” in cui Simona racconta in prima persona, a cosa ha dovuto rinunciare per inseguire il suo sogno e l’intelligenza di chi l’amava ( che Cincotti interpreta con pathos ) , di lasciarla andare nonostante il sentimento, il tutto in un elegante ballata piano e voce, con scarno accompagnamento a completare, in cui le due di voci si incontrano solo una volta in maniera delicata, come racconto intimo e non volto al virtuosismo. Come in passato torna anche Fabrizio Bosso che ivi presta la sua osannata tromba per la rivisitazione della title track, che fu canzone scandalo ( pensate come cambiano i tempi ) di Julia De Palma negli anni 50, in cui Simona è femmina sensuale, mentre la novità è l’intervento di Danny Diaz, jazzista della scuola di Satchmo, a cui sono volutamente ispirati gli interventi anche cantati del primo singolo “Forse”, che decisamente funziona e meriterebbe di avere quello spazio che in estate, quando ancora non era sostenuto dal disco, non ha ottenuto. Bella la riedizione di “Maruzzella”, in napoletano corretto anche negli accenti, e l’inedito “La verità” in cui Simona scrive: “non credo a chi sa dir ti amo ma non riesce a prenderti per mano mai” oppure “La verità non è una sola”; e come darle torto?                                                           Insomma “Tua” ci convince e ci piace di più ascolto dopo ascolto e questo per un disco e senz’altro un pregio. Otto +

Fabio Fiume

 

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