Marco Mengoni, Solo 2.0 – Artisticità riconosciuta, progetto in crescita – La recensione di Fabio Fiume

Per recensire il nuovo lavoro di Marco Mengoni, “Solo 2.0”, prenderemo in prestito una delle tracce dello stesso, ovvero “Come ti senti” , in cui l’artista stesso scherza sul ruolo dei giornalisti e sulle considerazioni e domande più frequenti che gli sono state poste in questi due anni di straordinario successo e popolarità. Iniziamo col liquidare proprio quella annosa ovvero:” sarà gay o non sarà gay”? Sinceramente, chi se ne frega? Non è quello il metro di giudizio da utilizzare per valutare un disco; chi sono le frequentazioni in stanza da letto dovrebbe, con rispetto, essere affare solo delle riviste di gossip e non certo di quelle che si occupano d’arte. Poi si parla del timbro con l’affermazione :”il suo timbro non mi piace” ! Degustibus potremmo rispondere senz’altro, ma va anche detto che con quel timbro Mengoni mantiene una personalità ben precisa, permettendosi di interpretare brani dall’appeal teatrale, con una spruzzata più che convinta di musical in tipico stile “horror picture show” , proprio come nella canzone sovracitata o come in “Uranio 22”, dove te lo immagini tranquillamente truccatissimo, correre da una parte all’altra del palco, con ballerini a seguito e scenografie cangianti. “Non mi piace il suo pezzo” dice un’altra frase. Beh forse in parte questo è l’effetto che possono dare molte volte i brani di Mengoni, in quanto una cotanta qualità di espressione, unita all’ampiezza di tonalità, permette al nostro di poter uscire dallo standard del classico pezzo pop, strofa, inciso, strofa, inciso, variazione, inciso finale, ma di poter giocare con composizioni più ardite che ad inizio sfuggono quasi alla legge del bel canto, come in “Solo”, il singolo guida del disco, di cui soltanto dopo parecchi ascolti, raccogli le sfumature, come la linea di basso che entra dopo l’avvio, come la poliedricità di intenti interpretativi a cui mette di fronte l’artista, tutti riusciti, guadagnando punti e soprattutto il tempo di non stancare nel tempo, per l’appunto.

Innegabile invece il giudizio sulla sua presenza istrionica, che gli permette di esserci dentro sia a ballads come “Tanto il resto cambia”, giocata sulle note impossibili, che a linee melodiche più evanescenti come in “L’equilibrista”, piuttosto che a sfumature “swingate” come in “Un gioco sporco”, dove intervengono magistralmente i Cluster. E se altri giornalisti dicono tutte queste cose di Mengoni, noi si aggiunge che troviamo in Marco, un’internazionalità di lunguaggio musicale come pochi in Italia, dimostrata ampiamente in brani cantati in inglese come “Tonight” ma soprattutto “Searching”, anche se a nostro avviso, Mengoni potrebbe pur cantando in italiano trovare all’estero il suo seguito; del resto è arrivato il momento di provarci, no? Infine la bellezza artistica di un progetto, trova il sua forza soprattutto se, chi ne scrive, come in questo caso, non ama particolarmente questo stile, eppure non può esimersi dal riconoscerne la qualità e soprattutto la naturale evoluzione del progetto stesso, che cresce per il momento senza passi falsi.

Sette                                                                                                                                                                                                                                                     Fabio Fiume

 

 

 

 

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5 pensieri su “Marco Mengoni, Solo 2.0 – Artisticità riconosciuta, progetto in crescita – La recensione di Fabio Fiume

  1. Articolo sicuramente interessante. Che prende le mosse da un brano del Cd stesso per spiegare e analizzare. E tentare di leggere fra le righe una personalità interessante e complessa come quella di Mengoni. Centrando sicuramente alcuni punti salienti.

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