Maroon 5: Hands all over, suoni monocordi, salvati da qualche apertura dance. La recensione di Fabio Fiume

Dopo l’esordio fulminante ad inizio decade scorsa, con uno stile non troppo preciso ma capace di arrivare all’attenzione di più palati grazie ad un pop variegato di jazz, blues, ballate “souleggianti” , i Maroon 5, già dal secondo lavoro, hanno intrapreso la via più decisa del pop da classifica con unica concessione a qualche ambientazione più elettrica. Anche questo nuovo “Hands all over”, in realtà riedizione dell’album poco fortunato dell’anno scorso, prosegue su questa strada; e fa strano parlare di poco successo, quando in realtà il disco ha già superato il milione di copie, ma per i Maroon 5 tale risultato è una quisquiglia se messo a confronto con quanto realizzato prima. E sull’onda del successo per il frontman Adam Levine, come giudice del programma statunitense “The voice” ( che pare vogliano portare anche in Italia ) ed al pezzo “Moves like Jagger” nato da quell’ esperienza, avvalendosi della collaborazione dell’altro giudice, Christina Aguilera, adesso i Maroon 5 tutti ridanno alle stampe lo stesso disco con qualche arricchimento. E’ ovvio però che le considerazini sul lavoro in generale, non possono variare granchè solo grazie ad un brano parecchio funzionale alla missione spacca airplay, ma che è un’ovvia operazione per rilanciare le carriere zoppicanti sia per i Maroon che per la Aguilera. C’è poco da fraintendere però, perchè “Hands all over” non è certo un album brutto ma un disco di genuino pop, adatto per ascoltatori un po’ più evoluti di quelli da “musica da centro commerciale”, ma non troppo.

Come si può pensare che un brano come “Never gonna leave this bed” sia brutto, con quell’inciso così ficcante e quel motivo che ricorda altre dieci cose simultaneamente ma non così smaccatamente da farti gridare al plagio? O come non ricordare i due precedenti singoli, “Misery” e “Give a little more”, così perfetti per le classifiche e come sottofondo di viaggi disimpegnati? Qualche barlume di originalità viene fuori con un brano come “I can’t lie”, dove si funkeggia con le chitarre o in “Get back in my life” dove si inizia ad intravedere una propensione dance, poi meglio dispiegata nell’attuale singolo. Il problema sostanziale però di “Hands all over” è che se lo ascolti a volume poco sostenuto, rischia di sembrare un’unica grande canzone che non finisce mai e questo non per le tracce in sè, ma per la voce di Levine, riconoscibile ma poco variegata, che tende a rendere ( grazie anche agli arrangiamenti sempre similari ) il sound dei Maroon 5 personale, ma troppo monocorde, cosa però ricorrente nelle produzioni ( come questa ) di John Mutt Lange, come Shania Twain, Bryan Adams o Nickelback, tutti con carriere enormi ma un po’ appassite dopo un paio di album fortunati. Che i Maroon 5 siano un nuovo caso?  Cinque

Fabio Fiume

 

 

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