Lenny Kravitz : Bianco e nero come luci ed ombre della sua musica. La recensione di Fabio Fiume su Riserva Sonora

I fans lo hanno atteso ben tre anni, anni in cui non si emergevano notizie dei lavori su un nuovo disco da parte di Lenny Kravitz, forse considerato dai più ( un po’ frettolosamente ) come il Prince degli anni 90, per quanto istrionico, capace di giocare con la voce tra tonalità piene e falsetti, di comporre ogni singola pista musicale delle sue canzoni e la maggior parte delle volte anche di inciderle completamente da solo. Si perchè come Prince anche Lenny é polistrumentista ma come il degno maestro, proprio nel momento in cui stava scrivendo importanti pagine musicali, ha un po’ ceduto alla boria personale, liberandosi di tutti i consigli esterni che potevano arrivare per completare i suoi dischi che, diciamolo pure, sono sempre andati peggio.

Adesso tornato sul mercato con “Black and white America”, Kravitz prova nuovamente a collaborare con altri musicisti in sala di incisione, ma il risultato non varia granchè rispetto alle ultime cose, ed il bianco e nero che si sovrappongono nella sua vita ( dal padre ucraino, alla madre afroamericana, dalle fidanzate famose come Nathalie Imbruglia o Vanessa Paradis bianche come il latte, all’attrice Lisa Bonet, scura come il cioccolato,fino anche alla sua carriera che ha conosciuto fasti luccicanti e angoli buii ) regnano anche in un disco che gode di due matrici distinte e separate, una ( la prima ) soul/funky e l’altra ( la seconda ) più moderatamente pop. La title track che apre il disco sembra cosa buona, e dà subito l’impressione di poter essere singolo di successo, forse anche più di quella “Stand” che spacca i due mondi che convivono nel disco e che già estratta ed accettata molto positivamente dalle radio,( e non se ne capisce sinceramente il perchè! ) lo è stata decisamente meno dalle vendite che non l’hanno vista accedere in nessuna top 40 mondiale. Sicuramente “Come on and get it” ricorda molto da vicino alcune sue cose degli anni 90, quelle belle per intenderci, dove il metro di paragone era gente come James Brown, ma pecca come gran parte di questo lunhissimo lavoro, di sembrare già finita poco dopo i due minuti di durata e portata invece, con l’ausilio di inutili ripetizioni irritanti ad una più accettabile durata di circa 3 minuti e trenta, quasi se come la bella musica avesse uno standard da rispettare; per favore si dica a Kravitz che non è così e una volta lui lo sapeva! Molte le canzoni che risentono di questo inutile prolungamento come “Super love”, che sembra strappata al repertorio della Kool and the gang, o “Liquid Jesus” che magari con qualche variazione avrebbe potuto essere il brano migliore del lavoro, palma che invece spetta alla intensa ballata “Dream”, che non ha la stessa forza commerciale di un brano come “Again”, ma vince ai punti per l’ispirazione intima. Kravitz prigioniero insomma del suo essere artista, della sua stessa forza, ma forse chissà… anche vittima della sua presunzione?   Quattro 1/2

Fabio Fiume

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