REM: niente di nuovo per restare originali, la recensione di Fabio Fiume

Che i Rem siano una grande band dubbio non v’è. Che i Rem propongano rock con una sapiente maestria, sufficiente a mantenerli sempre fuori dal mondo plasticoso del pop, ma a non renderli ostici ai programmatori radio è un altro dato di fatto. Che poi però, è già qualche disco che come direbbe presentatrice televisiva famosissima, “ciurlano nel manico”, riproponendo oltremodo se stessi, è altrettanto veritiero. Non ne parliamo con disprezzo, poichè il loro recente “Collapse into now” , è un disco che in tanti si sognano, non di incidere, ma persino di pensare, fatto di brani che sanno saziare le emozioni e di altri che ti spingono ad alzare il volume per catturare sfumature senza alcuna distrazione. La voce di Michael Stipe, così monocorde, spesso imprecisa ( soprattutto live ) è il vero marchio di fabbrica della band e tiene testa ad entrambe le proposte, sia quella intima, grazie ad una buona capacità evocativa, che quella rockettara, proprio grazie alla capacità di stare sui tempi, smorzando i fiati, senza badare troppo alla bellezza del suono emesso, che in certi arrangiamenti effettivamente serve a poco; ne è esempio pratico “All the best”. Pregievole sapienza di trentennale carriera viene fuori col singolo “U berlin”, mid tempo bellissimo, che regala anche più di un pensiero, con un testo costruito sulla capacità di superare le amarezze della vita, buttar via pillole, angosce, paura delle insufficienze personali e muovere quel passo che spesso, non ci accorgiamo, ci regala la pace della normalità. L’arrangiamento dell’arpeggio di chitarra di “Oh my heart” ricorda un po’ troppo quello di “Daysleeper”, loro successo di quasi 15 anni fa, ma è come dire che “I happened today” col suo stile 70’s, potrebbe assomigliare ad una miriade di canzoni, di quelle del periodo dei figli dei fiori, tanto che riesci ad immaginartela eseguita in cerchio sulla spiaggia, davanti ad un falò, col solito amico che suona la chitarra, quello intonato che tiene banco, con gli stonacchiati che ci provano, altri che ballano disordinati e chi non se ne frega nulla e e sta in disparte a pomiciare. Potenza suggestiva in “Every day is yours to win” che appartiene molto ai Rem ultima maniera, mentre “Mine smell like honey”, distribuita come anteprima europea prima delle pubblicazioni ufficiali, li riporta al periodo elettrico di “Monster”, della metà degli anni 90. Ripertersi dopo una carriera trentennale è facile e possibile, però se il repertorio è quello dei R.e.m allora il nasino si storce un po’ meno. Basta un pezzo come “Walk it back” a farti fare pace con Stipe e soci.

Otto per chi li ama fedeli a se stessi, quattro per chi voleva qualcosa di nuovo.

Fabio Fiume

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