Adele, con uno strepitoso ritorno, sgomina le rivali

recensione di Fabio Fiume

Spesso guardando ed ascoltando la giovane cantante inglese Adele, ci si perdeva in ricordi, alla ricerca di a quale altra cantante somigliasse con quella voce piena, corposa, duttile e quella forma fisica non proprio “siluettistica”. Soltanto ascoltando il nuovo album “21”, che arriva a due anni di distanza da “19”, che per chi non avesse capito sono gli anni di Adele, al momento della scrittura e lavorazione del disco, il mosaico ha assunto finalmente forma.
Adele ricorda Alison Moyet e non solo per le doti citate prima o per la provenienza, ma anche per la capacità stilistica di fagocitare per i propri lavori, tutto ciò che è maggiormente in voga sul mercato, rivisitarlo con una personale chiave di lettura, e donarlo al pubblico, facendolo sembrare una cosa che sul mercato stesso non c’è.
Se per la Moyet, a metà degli anni 80, lo stile di riferimento era l’elettronica, per Adele è chiaro che rifarsi all r’n’b, o al soul jazzato dei 60/70, in perfetto stile Winehouse, Duffy e le altre, è la cosa più sensata.
Però la Adkins ( questo è il suo cognome ) batte Duffy per qualità vocale, e la Winehouse per la capacità di saper tenere un palco, senza un bicchiere colmo di scotch come tutore.
“21” è un capolavoro di stile, degno di quel “Back to black” che la strada aveva aperto a tutte, ben 5 anni fa e di cui da allora è forse il miglior successore; già il primo singolo “Rolling in the deep” aveva lasciato ben intendere il nuovo punto di approdo di Adele, che per l’occasione si è fatta produrre, tra gli altri, da Rick Rubin, abituato in genere al grande rock mondiale con Red hot chili peppers, Metallica, Linkin park e che pare si sia convinto solo dopo aver trovato un gusto speciale in quella voce.
Adele stupisce in ” Set fire to the rain”, brano migliore tra i migliori, in cui potenza e grinta vanno di pari passo all’eleganz,a proprio come quell’insolito intro piano e batteria…in genere poco solidali tra loro. Il piano è fondamentale nella malinconia di “Turning tables”, ballata confidenziale che apre al sapore blues di “Don’t you remember”, dove la protagonista implora :” non ti ricordi la ragione per cui mi amavi prima? Per favore ricordami ancora”; ed il tono della canzone così straziante, permette anche a chi non capisce l’inglese di intenderne il senso del testo. E mentre con “Rumour has it” tornano in vita show in bianco e nero con “Someone like you” pare di leggere una poesia con sottofondo musicale mentre fuori scroscia copiosa la pioggia.
Pregevole anche la scelta, non scontata, della cover, quella “Lovesong” dei Cure, rivestita con un sapore vagamente bossa, pur rispettandola. Ha chili in più Adele, questo è vero, ma quando ascolti il suo disco, quei chili in più li senti nell’arte; l’arte di una grande cantante dotata di gusto e classe.
Dieci
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...