Carla Marcotulli e il jazz di How can I get to Mars?

 

Carla Marcotulli è, a mio avviso, una delle migliori vocalist che il jazz europeo possa oggi esprimere. Possiede una voce straordinaria, ben coltivata, una bella facilità di emissione, una naturale propensione alla melodia e soprattutto una grande capacità di adattarsi a qualsivoglia situazione, passando così, senza apparenti difficoltà, attraverso un canto di chiara impostazione lirica a partiture chiaramente jazzistiche; il tutto con estrema naturalezza, senza alcuna voglia di strafare. Questo album ne è l’ennesima prova ed è il frutto di una bella idea che Carla coltivava già da tempo: realizzare un album con un quartetto d’archi, chitarra e voce; ne parla con Dick Halligan, musicista statunitense celebre a livello internazionale per essere stato il trombonista dei Blood, Sweat & Tears nel primo album Child Is Father to the Man. Halligan rimane entusiasta del progetto e comincia a scrivere alacremente tanto che alla fine ben nove dei tredici brani presenti nel cd sono dovuti alla sua penna. Il risultato è di assoluta eccellenza sia per la qualità dei brani, sia per la splendida interpretazione della Marcotulli, sia per la bravura dei musicisti che l’accompagnano vale a dire il “Quartetto Dorico” a rappresentare il coté classico dell’impresa, e poi lo stesso Halligan al pianoforte, Sandro Gibellini alla chitarra, Dave Carpenter al basso , Peter Erskine alla batteria e in un brano Bob Sheppard al sassofono.

G.G.

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